28 Settembre 2020

SIBARI RIVIVRÀ IL SUO SECONDO ELLENISMO COL
RICONOSCIMENTO DELL’UNESCO

(…) Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con
quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa
che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che
sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti
gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi
alla sua ombra». (Mc 4,30-34)
Nelle pagine degli antichi autori, dedicate a Sibari, si avverte
sempre, come ha ben scritto Del Corno, una certa esecrazione degli
eccessi, connessa ad un senso di opulenza che è stata la cifra identitaria
della cittadina magnogreca e, forse, la sua stessa damnatio memoriae.
Sibari, il fiore all’occhiello del Mediterraneo, la culla di una intramontabile
civiltà, è stata il demiurgo di una cultura che si respira ancora oggi,
passeggiando nei siti storici, nelle stanze del Museo Archeologico, sulla
fertilità del suo territorio. Se dovessi ripensare, con una metafora a
questa cittadina, penserei proprio a quel seme di senapa che è il più
piccolo sulla terra ma che, con la giusta cura e devozione, fa rami tanto
grandi da permettere agli uccelli di ripararsi. Oggi questa stessa terra
fertile e lussureggiante, quella che ha scomodato Pitagora, nella storica
contesa con i Crotonesi, chiede di restituire i frutti di preziosi germogli, fatti di storia, di studio, di impegno, di legami ancestrali con la fioritura di
una ricerca continua. La richiesta del sindaco di Cassano, Gianni Papasso,
di candidare Sibari a patrimonio dell’Unesco, mi sembra solo il giusto
riconoscimento per un territorio così intriso di cultura, che ha sempre
lavorato sulla sussistenza, accompagnandosi col sottofondo dell’arsura
del sole, delle copiose alluvioni e di uno spirito comunitario vocato
all’accoglienza.
Queste sono reminiscenze di secoli gloriosi che, a discapito di ciò
che sembra, l’area della sibaritide non ha mai dimenticato, seppure non le
appartengano più i fasti ed il lusso di quell’ellenismo che si è riconvertito
in un forte attaccamento alle radici storiche.
Ritrovare lo splendore della polis, vorrà dire ritrovare dentro di noi,
tutti, un senso di comunità che, come dice Papa Francesco deve essere
“luogo dell’ascolto in cui l’ardore della carità prevalga sulla tentazione di
una religiosità superficiale ed arida”. Riuscire ad identificare Sibari come
sito di eccellenza storica e culturale, con il riconoscimento che merita,
vorrebbe dire vincere su quella subcultura che dipinge la Calabria ed i
Calabresi come inoperosi, mafiosi e subalterni. Perché esiste un’altra
Calabria che vive della lentezza dei suoi paesaggi, del valore dei suoi siti
naturali ed archeologici, della sua storia che non è la banalizzazione di
una migrazione, ma la commozione di un ritorno eterno dell’uguale, come
ci ha insegnato Nietzsche. A questa ciclicità del tempo, a cui è affidata una
alternanza necessaria di penombra, si affida la volontà degli uomini che
lottano per la cultura della luce.
Riconvertire la piana di Sibari ad eccellenza artistico-storico-
culturale, significherà assistere all’interruzione di un ciclo e all’apertura di
una epoca nuova, di un divenire rigoglioso che potrebbe interessare le
nostre nuove generazioni, spingerle alla ricerca ed allo studio in loco, fare
rete verso una diversificazione dell’eccellenza, agganciarli a questa terra
che ha fame di menti meravigliose. In tutto questo cammino, la Diocesi che ho la gioia di guidare, sarà
sempre in apertura, come scuola di rispetto, vocata alla promozione
dell’eccellenza, del dialogo e dell’accoglienza. La cultura, per me, sarà
sempre la realtà che unitamente all’amore eccedente per l’altro,
arricchirà i deserti interiori e porrà radici salde, nel terreno della vita,
come quei semi di senapa che sono diventati, arbusti vigorosi.

Cassano all’Jonio, 08/08/2020

Francesco Savino

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